Gran Canaria
GranCanaria.com El Tiempo Hoy Home

Cultura

 

Montagne ricoperte di mandorle

Formaggi e buon vino sono due prodotti tipici che oggi contraddistinguono il comune montano di Tejeda (il paese si trova a poco più di mille metri d’altezza, da non confondere con il belvere e la croce Cruz de Tejeda, che si trovano 500 metri più in alto). Inoltre, c'è un altro alimento, che alcuni hanno definito come “il frutto secco più salutare per l’uomo", e sull'isola è la prima cosa che ci viene in mente quando pensiamo a Tejeda: la mandorla.

Donne mondano le mandorle

Se chiediamo a Gran Canaria cosa c’è a Tejeda, ci risponderanno “almendreros” (così gli isolani chiamano i mandorli), nonostante il paesaggio di questa montagna sia caratterizzato dalla rigogliosa flora autoctona canaria. Se invece chiediamo che cosa possiamo comprare a Tejeda, diranno il ”bienmesabe”(crema a base di mandorle e zucchero) e magari aggiungeranno anche “polvorones di mandorle”, “mandorle ripiene” e altre cose sempre a base di questo apprezzato frutto secco.

Non abbiamo ancora parlato, ma di certo non ci siamo dimenticati del marzapane o “mazapán de Tejeda”. Vogliamo dedicargli più spazio per spiegare le sue origini. È raro che una donna di questo paese non lo prepari in casa, perché quelle che erano giovani negli anni 60 dello scorso secolo o anche prima, lavorarono nella raccolta delle mandorle. “Mia nonna lo faceva sempre per Natale e si faceva anche a settembre per la fiesta del Socorro”, racconta Rosa Mari Medina, la pasticcera più famosa del paese.

Una pasticcera prepara il marzapane di mandorle

Le famiglie che possedevano i mandorli a Tejeda (o che avevano le mandorle perché lavoravano nelle terre di un vicino dove si raccoglievano) avevano la tradizione di preparare i dolci con questo frutto secco. Cuocevano le mandorle, le tritavano, le mescolavano con una quantità di zucchero di peso simile e le portavano a cuocere nel forno della pasticceria del paese: così si prepara il marzapane.

Nell’epoca in cui si piantava il cosiddetto “miglio tardivo”, a settembre, era normale che le ragazze del paese fossero pagate per andare a raccogliere le mandorle, in luoghi come la Hoya de la Vieja, dove dormivano sulle ginestre in una grotta. “Magari stavamo lì quattro o cinque giorni. Gli uomini scuotevano gli alberi e le donne le raccoglievano da terra. Le mettevamo nelle ceste e poi le buttavamo nei sacchi”, racconta una di quelle giovani degli anni 60.

Fiore di un mandorlo di Tejeda

In questo caso i mandorli di Hoya de la Vieja erano di una signora che abitava a Los Manantiales e che partecipava alla raccolta, dormiva nella grotta e inoltre cucinava per tutti un semplice brodo di patate con un pò di cipolla e soprattutto un mojo al pomodoro con mandorla, conosciuto come: “mojo de Paca Navarro”, che mangiavano insieme al gofio amasado (impastato).

Questa signora si chiamava Francisca Navarro, aveva già quell’antica ricetta alla fine dello scorso secolo quando era ottantenne e diceva di averla imparata da sua mamma, e lei a sua volta dalla “zia Francisca Pérez, che era la zia di mia madre, più di cento anni fa”, assicurava. Lei lo chiamava semplicemente mojo, mentre coloro che la conobbero lo chiamano “mojo de Paca Navarro”, soprattutto quelle donne che lei pagava per accompagnarla a raccogliere le mandorle.

Olio d’oliva e cumino
Mojo di Paca Navarro

Sosteneva che il suo mojo “con sancocho (pesce lesso con stufato di patate) è buonissimo”. Gli ingredienti erano molto semplici: tre teste d’aglio, una dozzina di pomodori di grandezza media, olio d’oliva, un litro d’acqua, un peperone rosso (non di quelli piccanti), sale grosso, cumino e peperoncino.

Qui non c’è tempo per descrivere tutti i dettagli di questa ricetta, ma se volete avere una breve spiegazione, possiamo dire che si mettevano i pomodori in acqua bollente per togliere la pelle, si faceva dorare l’aglio tagliato a pezzettini in una padella, si schiacciavano tutti gli ingredienti (eccetto il cumino) nel mortaio e si metteva il trito nella padella con l’olio usato per soffriggere l’aglio. Poi si metteva la padella sul fuoco, si aggiungeva il cumino e uno spruzzo d'olio d’oliva a crudo, si mescolava per qualche minuto e si spegneva il fuoco.



Patronato de Turismo de Gran Canaria. Tutti i diritti riservati..
Ambito Legale ::